🥇30 medaglie e poi il vuoto (e riguarda anche te)

Mar 03, 2026 12:18 pm

Hai tutto quello che volevi. Allora perché non stai bene?

Hai presente quella sensazione?


Lavori anni per qualcosa.


Ci pensi la notte.


La mattina ti alzi e quella cosa è già lì, in testa, prima ancora del caffè.


La insegui. La costruisci.


Fai sacrifici veri — tempo, energie, relazioni messe in pausa, "dopo mi godo tutto".


Poi arriva.


La promozione. La casa. Il contratto firmato. Il figlio che nasce (o il cane/gatto che adotti).


Il traguardo che ti eri dato.


E tu stai lì.


E invece di sentirti pieno, ti senti… stranamente vuoto.


Non lo dici a nessuno, ovvio.


Perché suona da ingrati. Perché "ho tutto, non ho diritto di lamentarmi".


Perché intorno a te c'è gente con problemi veri, e tu hai raggiunto quello che volevi.


Eppure c'è qualcosa che non torna.


Succede anche ai campioni olimpici. Anzi, soprattutto a loro.

Il 22 febbraio le Olimpiadi di Milano Cortina si sono chiuse con 30 medaglie italiane. Record storico.


Podio dopo podio, lacrime di gioia, tricolore in cielo.


E qualche giorno dopo... silenzio.


Non sto parlando dei media, che sono già passati ad altro.


Sto parlando di quello che succede dentro gli atleti.


Si chiama post-Olympic blues, ed è documentato, studiato, reale: il 27% degli atleti olimpici sviluppa sintomi depressivi nel mese dopo i Giochi.


Attenzione: non quelli che hanno fallito. Quelli che hanno vinto.


Michael Phelps, 23 medaglie d'oro, il nuotatore più forte della storia... lo ha descritto così: 


"Ogni volta che finivano le Olimpiadi era come stare sull'orlo di un precipizio. Ce l'avevo fatta. E adesso?"

23 ori.


E ogni volta lo stesso vuoto.


Cosa sta succedendo nel tuo cervello (senza paroloni)

Quando insegui un obiettivo importante, il tuo sistema nervoso è acceso.


Dopamina, adrenalina, tensione funzionale hai uno scopo, una direzione, un nemico da battere.


Stai male, sì. Ma stai orientato.

Il giorno in cui tagli il traguardo, quella tensione si scioglie di colpo.


Non gradualmente.


Di botto.


È come correre a 140 all'ora e inchiodare i freni.

Il corpo si ferma, ma non lo sa ancora.


Aggiungi un secondo meccanismo, ancora più subdolo: l'adattamento edonico.


Quella cosa che aspettavi come la tua salvezza, una volta arrivata, diventa la nuova normalità nel giro di giorni.


Il cervello si adatta alla vittoria con una velocità imbarazzante, e riparte a cercare il prossimo stimolo.

La soddisfazione che ti aspettavi non arriva mai davvero.


O arriva per 48 ore, poi sparisce.


E tu rimani lì a chiederti: ma sono io quello strano?


No. Non sei strano. Sei caduto in una trappola precisa.

Il post-obiettivo colpisce di più le persone che hanno costruito tutta la loro identità intorno al traguardo.

Fermati un secondo su questa frase.


Per anni ti sei definito attraverso quello che stavi costruendo.


Il lavoro. La carriera. Il ruolo.


Il "sto per…", "quando arrivo a…", "appena sistemo…".


Ogni tua scelta, ogni sacrificio, ogni rinuncia aveva un senso perché c'era quell'obiettivo a dare struttura a tutto.


Poi l'obiettivo è arrivato.


E con lui, senza preavviso, è arrivata anche la domanda più scomoda che esista:


Chi sono io, al di là di quello che faccio?


Non è una domanda filosofica da domenica pomeriggio.


È la domanda pratica più importante della tua vita.


Perché se non hai una risposta, continuerai a fare quello che fanno quasi tutti: buttarti sul prossimo obiettivo, aumentare il carico, riempire il calendario... non per entusiasmo, ma per non stare fermo.


Per non sentire il vuoto.


"Sii grato." "Goditi il momento."

I consigli che non servono a niente.

Te lo dico chiaro: i sintomi classici del post-obiettivo (apatia, irritabilità, ritiro, insonnia, quella sensazione di muoverti sul pilota automatico) non si risolvono con il pensiero positivo.


"Sii grato" è un cerotto su una frattura.


Quello che funziona, per gli atleti come per le persone comuni, è un processo in tre movimenti.


Non semplice, non veloce, ma reale:


1. Stai nel vuoto. Non riempirlo subito.

Il disagio che senti non è un errore. È un'informazione.

Ti sta dicendo che il sistema che hai usato finora per darti valore era troppo agganciato al risultato.


Invece di buttarti sul prossimo traguardo per non sentirlo, fermati abbastanza a lungo da capire cosa sta comunicando.


2. Separa la tua identità dal tuo ruolo.

Chi sei tu quando non stai performando?

Quando non c'è una crisi da gestire, nessuno da rassicurare, nessun obiettivo da centrare?


Se la risposta ti mette a disagio, o non ce l'hai, questo è il lavoro da fare.

Non il prossimo obiettivo.


3. Costruisci una direzione, non un altro obiettivo.

La differenza è tutto: un obiettivo finisce.

Una direzione no.


Gli atleti che reggono meglio il post-olimpico sono quelli che hanno una vita al di là della medaglia... relazioni, valori, curiosità che non dipendono dal podio.

Lo stesso vale per te.


Non serve un traguardo più grande.

Serve capire verso cosa vuoi muoverti e camminare in quella direzione anche quando non c'è nessun premio in vista.

Una cosa sola da fare oggi

Non ti chiedo di cambiare vita.


Ti chiedo di risponderti a questa domanda, su un foglio, adesso:


"Se domani mattina il mio lavoro sparisse, la mia carriera si azzerasse, il mio ruolo venisse messo in pausa... chi sarei?"


Non la risposta che daresti a qualcun altro.

Quella vera.


Se non sai rispondere, o se la risposta ti fa sentire a disagio, è lì che inizia il lavoro che conta davvero.


Se ti riconosci in quello che hai letto e vuoi capire come uscire dal loop, non con l'ennesimo corso motivazionale, ma con un lavoro concreto, uno a uno...


Sai dove trovarmi.


Facciamo una chiamata.

Nessun impegno.


Solo chiarezza.


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A presto,


imageGiacomo Lucarini

Life Coach e Dottore in Psicologia

🌐www.giacomolucarini.it

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