🥵5 cose che forse vedrai diversamente dopo Ferragosto
Aug 14, 2026 11:16 am
Domani è Ferragosto.
Che, almeno sulla carta, dovrebbe significare: rallentare, vedere gente, mangiare troppo, stare al mare, in montagna, sul divano con l'aria condizionata.
A seconda delle fortune.
Poi succede una cosa curiosa.
Quando si abbassa un po' il rumore delle giornate normali, alcune domande tornano su.
Non necessariamente quelle enormi da crisi esistenziale.
Anche cose più piccole.
Sto andando davvero nella direzione che voglio?
Questa cosa che continuo a rimandare mi interessa ancora?
Perché sono così stanco se, tecnicamente, va tutto abbastanza bene?
Negli ultimi giorni ho letto parecchio... molto l'ho dimenticato quasi subito.
Cinque cose invece mi sono rimaste.
Te le lascio qui.
Magari una ti accompagna sotto l'ombrellone (o sul divano).
1. Forse il significato arriva dopo che hai scelto
L'idea è che passiamo una quantità notevole di tempo aspettando di trovare qualcosa che ci sembri finalmente abbastanza importante da meritare un investimento serio.
Il lavoro giusto.
La relazione giusta.
Il progetto giusto.
La famosa cosa che "sento davvero mia".
Qui però c'è un piccolo cortocircuito.
Pretendiamo che qualcosa abbia già significato prima di averci passato abbastanza tempo dentro da costruirne uno.
Una relazione diventa importante anche per quello che avete attraversato insieme.
Un lavoro può acquisire o perdere significato dopo che ne hai conosciuto la parte noiosa, quella concreta, non quella che immaginavi.
Un progetto comincia a diventare tuo quando smette di essere un'idea carina e ti costringe a risolvere problemi veri.
Non sto dicendo di scegliere a caso e poi convincerti che era destino.
Sto dicendo che alcune risposte non esistono ancora quando sei fermo fuori dalla porta.
Quello che mi porto via: magari non ti manca qualcosa di abbastanza significativo.
Magari non sei rimasto abbastanza dentro niente da permettere al significato di formarsi.
2. La chiarezza a volte arriva dopo il primo passo
James Clear propone una cosa molto più utile della domanda "cosa voglio fare della mia vita?".
Chiedersi quale piccola esperienza potrebbe farci sapere qualcosa che oggi non sappiamo.
Sembra quasi troppo semplice.
Eppure pensa alla differenza.
"Devo capire se questo lavoro fa per me."
Puoi pensarci per tre mesi.
Oppure puoi parlare con cinque persone che lo fanno davvero, passare una giornata dentro quell'ambiente, prendere un piccolo incarico, costruire una prova, fare qualcosa che produca finalmente un dato.
La testa è bravissima a simulare.
Ha un limite fastidioso però: simula usando soprattutto quello che sa già.
Certe informazioni arrivano solo dalla realtà.
E qui secondo me si incastra una delle trappole che vedo più spesso: aspettiamo di essere abbastanza sicuri prima di muoverci, mentre la sicurezza che stiamo aspettando potrebbe arrivare proprio dal movimento.
Quello che mi porto via: quando una decisione gira da troppo tempo nella tua testa, forse non ti serve pensarla meglio. Ti serve un esperimento.
3. Forse non hai paura di ricominciare. Hai paura che ti vedano mentre sei ancora scarso.
Questa mi è piaciuta parecchio.
Cate Hall, scrivendo di agency, usa l'espressione low-status moat.
Tradotto in vita reale: quando impari qualcosa di nuovo attraversi quasi sempre una fase in cui fai abbastanza schifo.
Fai domande banali.
Non conosci il linguaggio.
Ci metti due ore per una cosa che a un altro richiede venti minuti.
Produci roba mediocre.
A vent'anni è quasi... previsto dal contratto.
A quaranta o cinquanta, magari dopo anni passati a essere quello competente, quello a cui gli altri chiedono, quello che sa come funziona, cambia tutto.
Non perdi soltanto abilità.
Per un po' perdi status.
E questa parte viene detta pochissimo quando parliamo di cambiare lavoro, iniziare un progetto, prendere una nuova direzione.
Diciamo "ha paura del fallimento".
A volte è molto più terra terra.
Ha paura di sembrare inesperto.
Che, per chi ha costruito parecchio della propria identità sull'essere bravo, punge parecchio.
Quello che mi porto via: se vuoi diventare qualcosa di nuovo, per un po' dovrai tollerare una versione di te reale ma poco impressionante.
4. Non tutte le emozioni spiacevoli richiedono subito un intervento
Nick Wignall ha scritto un pezzo contro l'uso automatico delle coping skills.
Non contro respirazione, grounding, journaling e compagnia bella.
Quelle cose possono aiutare.
Il punto mi sembra un altro.
Abbiamo imparato una sequenza quasi da pronto soccorso.
Arriva l'ansia? Devo ridurla.
Sono triste? Devo tirarmi fuori.
Sono arrabbiato? Devo calmarmi.
Sento qualcosa di sgradevole e parte immediatamente il tentativo di sistemarlo.
Solo che un'emozione spiacevole non è necessariamente un guasto.
Può esserlo il modo in cui la gestisci.
Può diventare troppo intensa.
Può durare troppo. Può aver bisogno di aiuto.
Ma non per questo deve sparire appena arriva.
A volte sei ansioso perché c'è una conversazione che continui a evitare.
Sei triste perché hai perso qualcosa.
Sei arrabbiato perché un confine è stato superato.
Prima di chiederti "come faccio a non sentirmi così?", potresti lasciare aperta per un attimo una domanda meno comoda.
Quello che mi porto via: cosa succederebbe se smettessi per mezz'ora di trattare quello che senti come qualcosa da correggere?
5. Più l'AI diventa brava a rispondere, più conta sapere cosa vale la pena chiedere
Qui mi si sono incastrate letture diverse.
Sean Goedecke scrive che gli LLM finiscono per premiare chi possiede già esperienza.
Niklas Gruhn usa invece un'espressione meravigliosamente antipatica: meat proxy.
Cioè l'umano che riceve una domanda, la passa a ChatGPT o Claude e poi restituisce la risposta quasi così com'è.
Un passacarte biologico, insomma.
Ma considera questo: quando tutti scoprono la stessa scorciatoia, dopo un po' quella scorciatoia diventa semplicemente la nuova strada trafficata.
Ecco perché non credo molto alla gara "chi usa più AI".
Produrre testo, immagini, analisi, presentazioni e contenuti sta diventando sempre meno costoso.
Aumenta quindi il valore di un'altra capacità.
Capire che cosa tenere.
Accorgerti che manca qualcosa.
Riconoscere un'idea bellina ma vuota.
Fare una domanda migliore.
Dire: questa risposta è formalmente perfetta, ma non mi convince per niente.
Vale anche per questa newsletter, tra l'altro.
Potrei far riassumere a un modello cinquanta articoli e mandarteli.
Il problema sarebbe proprio quello: perché dovresti aver bisogno di me?
Il mio lavoro sta nel leggerne cinquanta, buttarne quarantacinque e provare ad aggiungere qualcosa ai cinque rimasti.
Almeno questa è l'idea.
Quello che mi porto via: quando le risposte diventano economiche, il giudizio diventa più prezioso.
Una frase che mi è rimasta
Questa, in realtà, me la sono scritta io dopo aver chiuso un altro pezzo che avevo letto:
Essere bravo in qualcosa non significa avere firmato un contratto per farlo tutta la vita.
Mi piace perché competenza, riconoscimento e desiderio vengono spesso messi nello stesso sacchetto.
Se sono bravo, se gli altri mi riconoscono per questo, se magari mi paga pure bene... allora dovrebbe continuare a piacermi.
Non funziona necessariamente così.
E purtroppo più sei bravo, più può diventare costoso ammetterlo.
Una domanda da portarti dietro
Visto che domani è Ferragosto e magari hai almeno qualche ora in cui nessuno pretende da te una risposta immediata, questa è la domanda che terrei:
Quale cosa continui ad aspettare di capire perfettamente prima di concederti il diritto di provarla davvero?
Non devi rispondermi.
Anzi, forse non risponderti subito nemmeno tu.
Lasciala lì.
Una cosa da provare
Se però una situazione ti è già venuta in mente mentre leggevi, fai questo.
Prendi quella decisione e smetti per qualche minuto di chiederti:
"Qual è la scelta giusta?"
Sostituiscila con:
"Qual è il più piccolo esperimento reale che posso fare nelle prossime due settimane per sapere qualcosa che oggi non posso sapere?"
Una telefonata.
Una prova.
Un incontro.
Una proposta.
Un pomeriggio passato davvero dentro quella possibilità.
Poca filosofia. Un po' di realtà.
Buon Ferragosto.
Se una di queste cinque cose ti è rimasta addosso più delle altre, puoi rispondermi: leggo sempre!
A presto,
Giacomo Lucarini
Life Coach e Dottore in Psicologia
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