Studio Fotografico Oliviero by Studioliviero.com

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Hai già guardato le foto di domenica scorsa?



Il problema non è il cheese

Apri la galleria del telefono. Cerca le foto delle feste. Quante ne trovi con i bambini fermi, sorridenti, con gli occhi leggermente fuori fuoco di chi ha passato gli ultimi trenta secondi a sentirsi dire "stai fermo"?


Il cheese è solo il sintomo. Il problema vero è che trattiamo la fotografia come un atto notarile: certificare che eravamo lì, che stavamo bene, che il tavolo era apparecchiato. Ma nessuno guarda quelle foto due anni dopo e si emoziona. Le guarda e pensa: quella felpa non era bellissima.


Nelle sessioni che faccio — famiglie, coppie, mamme in gravidanza che guardano lo studio come se fossero appena sbarcate su Marte — ho smesso da tempo di cercare la posa giusta. Cerco il momento in cui qualcuno smette di fare la posa. Il bambino che improvvisamente guarda il genitore invece dell'obiettivo.


La risata che parte perché è successa davvero una cosa ridicola, non perché qualcuno ha detto "su, ridete!". La mano appoggiata su una spalla con quella naturalezza automatica che hanno solo le persone che si amano da anni.


La prossima volta che tiri fuori il telefono, prova a non chiamarli. Non metterli in posa. Lascia che facciano quello che stavano facendo e scatta mentre sono concentrati ad ignorarti. È leggermente frustrante. Funziona sempre.



Il fantasma della famiglia

Manca meno di un mese alla Festa della Mamma. Lo so, sembra presto. Ma lo dico adesso apposta, perché tra tre settimane sarai in un centro commerciale con quell'aria da naufragato a fissare una pianta grassa da dodici euro.


C'è un paradosso fotografico che vedo ogni volta che archivio le foto delle famiglie che fotografo: la mamma è ovunque nella vita reale — organizza, gestisce, tiene insieme tutto — ma negli archivi è quasi introvabile. Perché è lei che tiene in mano il telefono. È lei che scatta. Il risultato è che esistono migliaia di foto di bambini e padri, e la mamma compare ogni tanto come un'ombra sullo sfondo, o riflessa per caso in uno specchio.


Come un fantasma. Presente in tutto, visibile in niente.


Ho aperto la disponibilità per i Voucher Regalo per la Festa della Mamma — sessioni in studio o all'aperto, da sola o con i bambini. Non ti vendo un pacchetto. Ti dico solo che regalare una sessione fotografica significa regalare un paio d'ore in cui qualcuno si occupa di lei, invece del contrario. Usciamo con dei ritratti che tra vent'anni i suoi figli guarderanno e diranno: eccola, era proprio così.


I posti sono pochi perché voglio lavorare bene, non tanto. Se ti interessa, scrivimi prima che lo scoprano tutti.

Scopri i Voucher Regalo →



Le scarpe dell'anno scorso

Ieri stavo lavorando sulle foto di un bambino che avevo fotografato la prima volta quando era ancora nella pancia di sua madre. Ora correva per lo studio con una personalità che avrebbe messo in difficoltà chiunque, vocabolario incluso.


Esiste un bias cognitivo che colpisce i genitori in modo quasi clinico: quando vivi con i tuoi figli ogni giorno, non li vedi cambiare. Il cambiamento è troppo lento e troppo continuo per essere percepito. Ti sembrano sempre uguali. Poi, una mattina qualunque, provi a infilargli le scarpe dell'anno scorso e realizzi che la vita è andata avanti mentre guardavi il telefono.


Le espressioni buffe che fanno a due anni spariscono a tre. Il modo specifico in cui si stringono al tuo collo — quella combinazione di affetto e tentativo di strangolamento — cambia mese dopo mese, e non c'è un giorno preciso in cui accade. Un giorno è così, poi pian piano non è più così. E te ne accorgi dopo.


Il mio lavoro, alla fine, non è tecnico. Non è una questione di luci o di obiettivi o di post-produzione (anche se, credetemi, fa la sua parte). Il mio lavoro è costruire macchine del tempo. Oggetti concreti, stampati, che tra quindici anni ti restituiscono la prova tangibile che quei giorni — quelli che sembravano infiniti, faticosi, pieni di briciole sul divano — sono stati brevi e preziosissimi.


Fermati a guardarli, oggi. Domani saranno già un po' diversi.


Eggià.


A presto,

Luigi Alighieri

338 8095 217


P.S. — Se qualcuna di queste cose ti ha fatto venire voglia di fare una chiacchierata, sai dove trovarmi. Non mordo. I bambini che fotografo, qualche volta sì.

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